west usa 2014

U.S.A. Impressioni ed immagini – Andrea Ballarin , 2014 – Foto scattate dal 2004 al 2010

1 – San Francisco

Mi sveglia un fischio inconfondibile, suono di altri tempi, suono di un freight train, il suono lungo e modulato di treni lunghi che si snocciolano inseguono interminabili.

Si perde in un riverbero, cambiando tono, discendente, allontanandosi.

Northern California, freddo secco.

San Francisco, macchia bianca tra cielo e baia, come una mano a dita unite, nodosa e lavoratrice, con nocche robuste, stesa su una tavola di marmo livido.

Palazzi arditi e ponti che ti riempiono la vista.

Case in legno, che scricchiolano a ogni passo.

Gente che guarda sempre avanti, ma sa vederti e sorridere.

L’aria lascia catarro e aromi complessi nei polmoni, ma ti satura dell’ambiente, accogliente che però non perdona.

Ognuno deve cavarsela da solo.

Aria che ti dice che ce la puoi sempre fare, che puoi apprezzare la vita e donare qualcosa al mondo.

2 – Santa Cruz.

Occhiali a specchio, il mondo che rimane fuori.

Superiorità di chi spia senza rivelarsi.

Spiagge assolate, motori rombanti in carrozzerie esuberanti. Donne dall’estetica perfetta, tutte così somiglianti che potrebbero esser sorelle.

Gente tutta uguale e lì accanto gente esattamente diversa, stesa per terra nella sporcizia, con unghie ingiallite, pelle cotta, come polli allo spiedo, che tende la mano e riceve chiusura di narici.

Macchine nei fiumi-autostrade.

Tutti devono andare da qualche altra parte.

Moto che coltivano sogni, auto che coltivano sogni, abiti che coltivano sogni, tatuaggi che coltivano sogni, occhiali che coltivano sogni, tagli di capelli e magliette che coltivano sogni.

Tutti come fiammelle ex-voto per i sogni che qualcun altro ha creato e che devoti cultori alimentano.

Il parco dei divertimenti in riva al mare è la chiesa della ricerca della felicità, sempre meglio effimera e superficiale che niente.

Panini freschi preparati al momento con gusti chiari, definiti, netti ed esagerati.

Incidenti sulle freeways che rivelano alti e muscolosi pick-ups (che prima mettevano soggezione), accartocciati come fossero pezzi di sottile carta stagnola.

Odori di resina ed essenze balsamiche arrivano da enormi Eucaliptus, e si mischiano all’odore di copertone e ferodo.

Una temperatura perfetta, che rende piacevole qualsiasi cosa.

3- Yosemite-Death Valley.

Gli spettacoli della natura parlano la stessa lingua ai turisti giapponesi, a quelli tedeschi, indiani o di qualsiasi altra nazione.

Dicono a tutti la stessa cosa, offrendo lo stesso spettacolo sia a chi ha fatto oltre mille metri di faticoso dislivello a piedi, sia a chi è appena sceso dall’autobus, trovandosi tutti di fronte agli stessi spettacoli grandiosi.

Pur dicendo la stessa cosa a ognuno, dicono cose molto diverse, come può essere per una musica o una poesia, per come quell’esperienza è stata vissuta.

Non deve esser spiegata, deve solo entrare in profondità.

In America quasi tutto è “un po’ di più” se non “un po’ troppo”: più grande, più distante, più importante, più…

Dalla larghezza delle strade, al gusto dei chewing-gum, dalle pagine inutili dei quotidiani locali alla dose del bicchiere di vino al ristorante, dal volume delle risate al ghiaccio nelle bevande.

Ma quando si vede che tutto questo non è solo riferibile agli “americani” e al loro stile di vita, ma è evidente anche nelle loro bellezze naturali, incredibili e maestose, viene il dubbio che forse si tratta di una cosa per loro scontata, che riflette il loro ambiente. Una scala diversa da quella normale per noi europei.

La sera eravamo sotto la neve a Tioga pass di Yosemite mentre il giorno dopo eravamo a 40 gradi a Furnace creek di Death Valley.

Yosemite simile alla TV negli anni ’60, quasi in bianco e nero, con molte gradazioni di grigio, surreale con le sue forme particolari, verticali, improbabili e grandiose. Death Valley è lontana da tutti e da tutto, ostica e rovente, estrema. Un fiore nel deserto.

Colori e potenza pura. Un cielo profondo ed elettrico.

4- Las Vegas e il poliziotto di porcellana.

Le vetrate di un palazzo sbilenco si riflettevano deformi sulle lenti convesse degli occhiali a specchio del poliziotto fermo allo stop, lì, un po’ più avanti, che si era girato verso di me e mi faceva segno di avvicinarmi.

Guardando bene, in quella scena su quegli occhiali impenetrabili, si vedevano anche i raggi di un sole netto, pulito e affilato che tagliavano le ombre stanche di una notte troppo lunga, attraverso giochi di specchi, infilandosi in fessure tra grattacieli o attraverso le larghe strade orientate verso un sole non troppo basso.

Su quei Rayban luci e ombre si specchiavano deformandosi. Tutti i dettagli di quella mattina a Las Vegas passavano con un effetto lento e crudele, come in una moviola che permette di cogliere ogni minimo segreto.

Uscendo dal Travellodge, il più beffardamente a buon mercato rispetto a monumentali residenze guardate con sospetto da chiunque non sia abituato a un’inutile opulenza, stride il contrasto con Limousines esagerate, con crani pelati bruciati dal sole in una decappottabile vintage affittata da due pensionati russi in cerca di brividi o in fuga da berline anonime e bufere gelate.

Una ragazza bellissima, in raffinato abito da sera, ma con delle occhiaie che sembravano disegnate, come in un horror in bianco e nero.

Frotte di turisti asiatici con bandierine e vago senso sperduto, come se fossero arrivati tardi a una festa o stentassero a trovare il bandolo della matassa per visitare la città.

Un uomo di colore, ben vestito, ma tragicamente senza denti e con l’aspetto di chi da troppo tempo vive in strada, d’ espedienti, gridando a ogni donna che passa “sei il mio amore, sposami!”.

Chissà se è vera la legge statistica che dice che il successo dipenda solo da quante volte ci si prova…

Il poliziotto però faceva segno di avvicinarsi.

Il muso della mia auto si era affacciato appena di qualche centimetro sull’asfalto, uscendo dal posteggio, dopo aver attraversato a passo d’uomo il marciapiede per immettermi sullo “strip”. Mi ero fermato per controllare di avere via libera una volta superate le persone che stavano camminando.

Proprio in quel momento, una corsia più in là, passava il poliziotto di porcellana, che su una moto troppo pesante, troppo bassa, troppo rigida, troppo imponente, troppo obesa, troppo poco manovrabile, temendo che io potessi partire l’aveva fatta improvvisamente ondeggiare. Una reazione dovuto solo alla sensazione di vulnerabilità essendo in una condizione precaria.

Proprio come quando si tenta di portare troppi piatti o bicchieri e da un momento all’altro si può incontrollabilmente causare un disastro.

Mi accosto quindi all’agente.

“Perchè lo ha fatto?”

“Mi scusi?”

“Perchè è uscito improvvisamente?”

“Mi sono fermato per guardare se era libero…”

“Lo sa che stavo per cadere?”

” ?… “. Ma il mio pensiero era: se non sai stare su una moto mica è colpa mia, o non è forse meglio che tu usi una bici? Comunque, essendo risaputo che qui con la polizia non si scherza: “Ok, sono dispiaciuto”.

“Se avessi una gamba rotta non me ne farei niente delle sue scuse”

“… ma…”

Non riuscivo a collegare il nesso tra la situazione e una gamba rotta. Possibile che ci si possa rompere una gamba in un modo simile?

Prima che mi scappasse di bocca che sarebbe stato meglio per lui installare due rotelle laterali, come si fa con i bambini quando iniziano a pedalare, ripeto: “Sono dispiaciuto ma mi sono ferm…”

“Non può pensare di comportarsi così, oggi potevo finire in ospedale con una gamba rotta per causa sua!”

Non vedevo una persona, non vedevo un agente, vedevo solo degli occhiali e avvertivo un tono minaccioso.

“E cosa me ne facevo io delle sue scuse con una gamba rotta?” continuando nell’affermazione paradossale che per qualsiasi poliziotto italiano sarebbe stata insostenibile.

Continuando la discussione tra sensi di responsabilità delle proprie azioni, di capacità di condurre un automezzo, nessuna accondiscendenza per chi non si comporta secondo il codice della strada, il poliziotto si rinfila i guanti di pelle nera, riaccende la moto e dopo avermi ammonito con l’indice riparte, accelerando sonoramente, verso qualche altra missione.

Il poliziotto di porcellana se l’era proprio vista brutta, appena preso servizio, in quella mattina di agosto a Las Vegas.

5 – Monument valley

“Italian? Where’s your Ferrari?”

Il Navajo allargava il suo sorriso simpatico, appoggiando i pollici alla fibbia d’argento con piccoli turchesi incastonati. Magro e non molto alto, con una corporatura diversa rispetto a quella abituale dei nativi.

Eravamo sulla terrazza davanti a Mitten butte, il blocco di arenaria forse più famoso al mondo, ritratto in mille western e in mille altri contesti. Cielo turchese, rocce monumentali color mattone, arbusti verde brillante in fioritura giallo luminoso, sabbia dal colore conosciuto come “terra indiana”.

“E’ la prima volta che vieni qui?”. Il Dinè era lì per vendere i suoi piccoli oggetti per turisti ma dopotutto interessato anche a farsi passare la giornata piacevolmente e socievolmente.

“No, è la quarta volta, la prima nel ’94”

“E hai trovato qualcosa di cambiato qui?”

“Il posto è lo stesso ma si vede che ci viene molta più gente, avete sviluppato il Visitor Center”.

Il complesso, ben mimetizzato, che si affaccia sulla valle, era stato allargato includendo un nuovo negozio di t-shirts e souvenir, una ristorazione più efficiente e anche un piccolo museo, che offriva ai visitatori frettolosi qualche informazione minima sulla cultura e storia del più grande popolo e nazione dei nativi degli Stati uniti.

Il negozio aveva in sottofondo una fastidiosa musica new-age dilatata, con un flauto riverberato esageratamente, con una pretesa spirituale smaccatamente commerciale. Magliette con lupi e dream-catcher o lupi e lune piene o lupi e asce manufatte… magliette che si possono trovare in un qualsiasi mercatino rionale o concerto pop-rock.

L’impressione era quella di voler compiacere il visitatore offrendogli i luoghi comuni che la gente si aspetta. Un po’ come la pizza con le patate per i tedeschi, o la pizza con ananas-uova-tonno per gli americani. Come la Toscana restaurata con colori, finiture e architetture neoetrusche di gusto californiano.

“Sì, ora c’è molta più gente che lavora per i turisti. Abbiamo capito che sono una risorsa importante e siamo contenti che venga molta gente. E qui c’è molto altro da fare. I Navajo sono fieri della propria nazione che cresce, di parlare di nuovo la propria lingua e avere scuole che la insegnano”.

La strada che si inoltra nella valley è sempre la stessa, fortunatamente, e ogni macchina alza polveroni rossi proprio come le diligenze che la solcavano 150 anni fa.

Faraglioni rossi, monoliti con nomi derivati dalle loro forme. Qualche hogan in lontananza dove i Navajo vivono come sempre, magari con la sola compagnia di una radiolina a pile e un focolare per i mesi freddi.

Cavalli controllati da indiani con cappelli da cowboy.

Paradosso per chi da bambino era abituato a giocare al “west”, gioco regolamentato dalla divisione netta delle due parti, dove nessuno nel ruolo dell’indiano si sarebbe sognato di portare un cappello da cowboy…

La strada serpeggia offrendo suggestioni e visioni diverse.

A un tratto sento che devo fermarmi, che devo scendere.

Metto i piedi sulla morbida e sottile sabbia arancione, il sole caldo e secco mi avvolge come un abbraccio.

Sento quello che proverei se avessi di fronte una donna di cui sono innamorato. Mi accorgo che sto sorridendo.

Devo andare. Di là. Verso un’ansa lungo il costone rosso.

In mezzo ai cespugli e alle rocce piombate dal costone, vado a zigzag come preso per mano da qualcuno o come un cane o un cavallo smarrito che sanno ritrovare la propria strada.

Ci sono segni di un riparo, un grosso masso corroso alla base e, lungo il bordo del costone, un arco di roccia che sembra quasi una tettoia. La sabbia, qui, è quasi una fine soletta d’argilla agglomerata dalla pioggia, che cede al peso del passo, quasi come una pozzanghera ghiacciata in superficie.

Sento anche un sonaglio, forse di un serpente che se n’è andato giusto in tempo, o di qualche altro animale che strisciava nei cespugli.

Mi guardo attorno, senza trovare niente di particolare, niente che mi dia un senso per quello che sento.

Ma poi capisco. Sì, sono felice. Sono a Casa.

U.S.A. Impressioni ed immagini – Andrea Ballarin , 2014

Foto scattate dal 2004 al 2010

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