Azerbaijan

Di questo paese sappiamo poco. Ad iniziare con la sua collocazione geografica. Possibile una vaga vicinanza con gli altri paesi che finiscono in “an”.

L’associazione più frequente di questo stato è con il termine di “caucasico”. E caucasico era la classificazione che mi era stata assegnata all’ingresso negli Stati Uniti.

Questo è stato il primo elemento che mi incuriosiva, come se potesse essere un viaggio alla ricerca di una matrice comune, una familiarità di volti e di persone.

Osservando la gente di Baku, capitale moderna e cosmopolita, dalla storia travagliata con una successione di dominazioni di quasi tutti gli imperi che si possano immaginare e grandi migrazioni. E’ difficile trovare dei tratti comuni definiti e riconoscibili. Ci cono più azeri in Iran che qui. La maggioranza della popolazione è di origine turca.

Ho iniziato a riconoscere una similitudine osservando le persone più anziane: assomigliavano alle foto in bianco e nero dei contadini di una volta.

Ben vestiti, in doppio petto, esili e piccoli, con zigomi e lineamenti definiti, con forti rughe d’espressione e pelle del viso cotta dal sole.

Arrivato all’aeroporto di Baku si presenta la prima sfida: non spendere 50 manat per un taxi quando l’autobus ne costa 1,50.

Il sistema non è a misura di turista perché prevede una moderna tessera ricaricabile. L’unico modo per ottenere la tessera è un distributore automatico solo in lingua azera, che accetta solo monete. Ma la banca per il cambio del denaro offre solo banconote e tutti i negozi e bar all’esterno dello scalo non cambiano in monete.

I ragazzetti della polizia non parlano inglese, mentre riesco a farmi aiutare da una giovane con l’hijab che seleziona per me l’acquisto.

In seguito l’app Bolt si rivelerà un sistema pratico ed economico. Oppure la sera ti si avvicinano personaggi offrendoti tutto quello che ti può servire e solitamente sono autisti tuttofare, anzi “tuttocittà”. Uno di loro mi è tornato utile al ritorno per una corsa in aeroporto alle 3 di notte.

Baku, la capitale, la sera, è un vero spettacolo.

La cosa che più stupisce è l’età media, molto bassa. Vedo gruppi di ragazzi ovunque, seduti nei ristoranti o nelle panchine della piazza che discutono o a passeggio nei viali del centro.

Quasi nessuno che porta in giro il cane, ed i pochissimi che incrocio sono tutti ragazzetti o ragazzette in stile influencer, con grandi occhiali da divi o vestiti in total white o con tute e sneakers vistose, sovradimensionate e superammortizzate di bassa qualità asiatica. Indistinguibili da cloni globali, privi di una qualsiasi identità locale ed esponenti di una “modernità” che sembra però mirare alla peggior accezione del termine.

Baku vive una specie di frenesia economica che non si capisce se sia uno stato di sopravvivenza dovuto gli alti costi della grande città o sia invece una fretta data dalla crescita economica piuttosto recente di cui tutti cercano di approfittare.

Ma c’è una sensazione “postsovietica” simile a quella che avevo trovato in Albania qualche tempo fa. Il bene pubblico non è visto “di tutti” ma invece “di nessuno”.

L’hotel ed il personale dell’hotel mi aiutano a chiarire la sensazione:

I commessi ed il personale al banco sono quanto di meno formale ci si possa aspettare. Bivaccano stravaccati nei divanetti della hall assieme a dei coscritti, sempre pronti a scattare per riprendere il servizio. Non c’è traccia di quella che definiremmo “professionalità” ma c’è portare a compimento il compito con il minore impiego di energie e dedizione.

Nella camera c’è una TV ma non è collegata a nessun canale visibile. L’importante è che sia elencata nelle caratteristiche della stanza, non che funzioni.

E’ il primo hotel in cui sia stato in cui la carta igienica esaurita non viene rimpiazzata, ma si offre al cliente un simpatica attività collaterale di “cerca tu stesso il deposito con i carrelli del servizio di pulizia delle camere e della carta igenica”…

Osservando centinaia di persone frettolose, vicino ad una fermata di autobus, tutte le donne, con l’eccezione di una o due, nonostante avessero borsetta, o borsa, o zainetto, tenevano in mano un telefono o erano intente ad usarlo. Per gli uomini la percentuale era molto minore. Segno di modernità o di stress digitale?

Prima di partire ho deciso come mi sarei mosso. Visto che le indicazioni stradali possono essere anche solo in cirillico o arabo e la copertura internet per map non è sicura ed affidabile (e costosa) ho preferito non noleggiare una macchina.

Ho scelto dei tour giornalieri per destinazioni fuori Baku tramite una praticissima app, trovando ogni volta guide diverse e nuove compagnie di viaggiatori.

Tutte le tre guide dei tour giornalieri erano giovanissimi che lavoravano per assicurarsi un futuro venendo o essendo stati a studiare in Europa. Uno di loro era già iscritto ed in partenza in pochi mesi per la Germania.

Non ci sono attrattive popolari e non ci sono monumenti o spettacoli della natura eclatanti.

Ma le bellezze e le unicità non mancano.

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GIORNO UNO: Baku

Baku è una grande città con un traffico caotico. A volte, nel tardo pomeriggio, il traffico si può bloccare completamente.

Le strade sono ampie e spaziose, tanto che ci corrono una volta l’anno le auto di Formula1 del GP, ma la quantità di intersecazioni, con relativi semafori, e la quantità di veicoli, camion, autobus, siano spropositate.

Ho visto un solo vigile fermare il flusso ininterrotto di quattroruote in corrispondenza di un passaggio pedonale. Tutto è in mano a dei semafori, che come forse abbiamo dimenticato dall’avvento delle rotonde, non garantiscono una ottimizzazione del flusso.

Il centro culturale Heydar Aliyev è la perla contemporaneadi Baku e la ben rappresenta.

E’ stupefacente ed è un capolavoro di architettura moderna, sfoggio di potenza economica data dal petrolio e vanto della dinastia che governa il paese.

E’ intitolata al presidente dell’ Azerbaijan moderno, ex agente del KGB che nel 1995 tramite un referendum sancì l’indipendenza del paese e firmò il contratto del secolo con le compagnie petrolifere internazionali. Un fiume di denaro ed uno smarcamento dall’ influenza sovietica.

La mattina, durante la colazione in hotel, il video della sala perennemente acceso trasmetteva un canale di musica tradizionale, musiche mediorientali. I video, con una estetica simile a programmi di musica nazionalpopolare italiana di qualche anno fa, abbastanza trash, con una declinazione qui un po’ bollywood, ed un po’ finto-pudica, ma molto ammiccante.

A cadenza regolare, ogni due o tre clips, passava un filmato con musica che immagino sia l’inno nazionale, con un un personaggio con una forte somiglianza con Franco, il baffone dei ricchi e poveri, dopo aver avuto una brutta giornata.

E’ il regnante attuale, Ilham Aliyev, figlio del già nominato Heydar, intento nelle sue incombenze giornaliere. In mimetica che visita i battaglioni, o in immagini di repertorio che lo descrivono come eroe di guerra. In visita alle popolazioni di città, o che presiede lavori di grandi infrastrutture.

Dopo essere stato uomo d’affari a Mosca, segretario del partito comunista Azero, il presidente delle compagnie petrolifere statli, e parlamentare, nel 2003, venne nominato Presidente dal padre, che aveva problemi di salute, avvicendandolo a guida del paese.

Da allora è stato poi eletto una prima volta alle elezione presidenziali, nonostante le denunce di brogli dell’ OCSE, ed una seconda volta grazie all’arresto del candidato di opposizione.

Ma torniamo al centro culturale.

La costruzione è stupefacente, sia dall’esterno che dall’interno. Un vero viaggio nella meraviglia che l’architettura possa dare, con spazi con mille visuali. Una bellezza ed una armonia moderne e quasi spirituali.

Tanta la meraviglia per il “contenitore” quanta la delusione per il “contenuto”: Una sezione di tributo alla famiglia regnante, con la collezione delle varie auto lussuose e prestigiose, ed una celebrazione della grandiosità di Franco dei ricchi e poveri, e padre.

Il pensiero si sposta per associazione ai ricchi e poveri dell’Azerbaijan.

Il divario è percepibile. Immenso.

Dalle Flame Towers che marcano lo skyline di Baku ella estrema frugalità e arretratezza dei paesini più remoti dello stato.

Tante le cose da vedere a Baku.

La città vecchia si gira facilmente a piedi. Il grande palazzo reale è il punto di partenza e domina la città centrale medievale.

Il palazzo, armonioso e tutto costruito con una bellissima pietra calcarea dal colore caldo, ha il suo fascino elegante e vari ambienti da visitare. In un cortile interno segni di pallottole testimoniano battaglie cruente, ed un piccolo museo possiede manufatti preziosi e dal gusto estetico di civiltà evolute.

La piazza delle fontane è l’epicentro della vita sociale di Baku, con zone commerciali che si stendono verso un lungomare più moderno.

In un lato della piazza c’è la chiesa Armena di San Gregorio. Resistita all’epoca sovietica, è l’unico monumento Armeno in città ed è stata chiusa con l’inizio del conflitto del Nagorno-Karabakh che dagli anni ’90 ad oggi ha segnato l’ostilità tra i due paesi.

In ogni luogo dell’Azerbaijan, delle vie della capitale, ai piccoli paesi interni, ma anche nei crocevia di strade polverose dell’entroterra, ci si imbatte in delle tabelle, degli altarini, dei monumenti, dei pannelli come quelli pubblicitari, con le foto o gli elenchi dei caduti locali nel conflitto.

E’ sicuramente una ferita aperta, tangibile. E’ un argomento che nelle conversazioni va affrontato con tatto.

I ristoranti del centro sono anonimi. Allettanti ed identici a quelli che si vedono in qualsiasi grandecittà. Le indicazioni online o sulle guide sono poco utili a trovare qualcosa di autentico.

Ad ora di cena, prendendo una strada laterale, vedo due muratori che scendono degli scalini sovrastati da una scritta a neon ARISHTA. Da fuori non si direbbe sia un ristorante, sembra più un dopolavoro o una sala scommesse, ma scendendo vedo i tavoli e gente che mangia.

Mi siedo ad un tavolino libero che come tovaglia ha una specie di piccolo tappeto.

Insolito, molto bello, tradizionale ed originale, anche se sembra non sia mai stato sostituito dal giorno dell’apertura. Ai muri foto antiche di località e di lavoratori di un tempo.

Ho scoperto gusti e combinazioni deliziose. Cucina semplice ma con carattere definito.

Le bevande erano le più curiose. La più servita durante la cena erano bicchieri da birra media con un contenuto bianco lattiginoso. Uno yogurt annacquato, leggermente salato, con delle spezie indefinite, particolare e sicuramente digestivo.

L’altra bevanda popolare e vistosa era il succo di melograno dal colore rosso acceso.

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GIORNO DUE: Sheki

Sheki è vicina al confine con la Georgia ed il suo palazzo del Khan è un patrimonio dell’Unesco. Le sue decorazioni interne, sono stupefacenti, armoniose ed eleganti, con raffigurazioni di flora e fauna ricche e colorate vengono rese ancor più affascinanti dalla luce che filtra dalle finestre con mosaici colorati fissati su una struttura in legno che penso sia appropriato chiamare “persiane” visto dove ci troviamo.

I vetri provenivano da Venezia che con la via della seta commerciava verso oriente.

Ritrovare qui i vetri di Murano, in queste bellissime vetrate, mi rimanda indietro nel tempo, in cui anche del semplice (per noi ora) vetro colorato, era qualcosa di prezioso, un qualcosa di ricercato ed unico.

Altra attrazione della città è il caravanserraglio, il punto in cui avvenivano gli scambi ed il ristoro dei carovanieri. Ben due servizi fotografici di novelli sposi, quindi uno dei set fotografici più ambiti.

Nota simpatica della giornata: dei nove posti del pulmino del tour quattro erano occupati da un gruppo di donne cinquantenni cinesi dal viaggio autogestito che erano indisciplinate e rumorose e appassionate di musica trash popolare italiana che ha girato ripetutamente sull’autoradio del furgone su loro richiesta.

Anche la ragazza guida del tour era appassionata dell’Italia: aveva studiato italiano in Italia con la speranza di lavorare con italiani che però non sono mai arrivati in quantità in Azerbaijan, non essendo una meta classica per il turismo italiano.

La ragazza, mussulmana, non portava il velo, ma lo ha indossato solo quando abbiamo visitato una moschea. Ci ha spiegato che la questione religiosa nel loro paese è molto tollerante ed è a discrezione individuale la scelta di essere più o meno praticanti ed osservanti.

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GIORNO TRE: i mud volkanos del Gobustan, Petroglifici e Zoroastro

La regione attorno a Baku è una terra arida e brulla spazzata dal vento. La prima volta che ho fatto caso al vento è stato per l’andamento incerto del furgoncino a nove posti lanciato a velocità di crociera su una lunga strada rettilinea. Pensavo che i continui cambi di direzione e velocità fossero dovuti all’autista ma osservandolo si capiva invece che era continuamente intento a correggere l’andatura del mezzo.

Il significato di Baku è “città del vento”.

Allontanandoci dalla capitale attraversiamo un territorio solcato da interminabili tubazioni a un palmo da terra: Gas

Le tubazioni ogni tanto hanno una curva di novanta gradi e si conficcano nel terreno. Niente di più semplice.

Qui c’è anche il primo pozzo realizzato per ricercare minerali, che ha fatto sgorgare petrolio ancor prima che si sapesse cosa farne.

Andando verso sud, costeggiando il mar Caspio, che si distingue in lontananza, c’è la zona dei vulcani di fango e delle pitture rupestri.

Il museo informa di come la zona abbia vissuto epoche molto diverse con differenze di centinaia di metri del livello dell’acqua del mare. Alternativamente è stata zona temperata boschiva o secca e desertica.

Graffiti rupestri di dodicimila anni fa testimoniano come questa zona sia stata crocevia di vita.

Dominazioni, diaspore, migrazioni, conquiste, abbondanza, carestie con una alternanza di popoli e culture.

Gli Armeni del Nagorno -Karabakh per centiania di anni hanno resistito alle rivendicazioni territoriali degli azeri fino ad un recentissimo esodo di massa di centomila persone dovuto alla pressione muscolare, militare, del leader “Franco dei ricchi e poveri”.

Il Baltico ancora non si è deciso se sia mare o lago. La differenza, e la contesa, sta tutta nel fatto che ci sono importanti giacimenti petroliferi sotto il suo fondale. Se fosse mare andrebbe diviso tracciando linee rette dei confini degli stati, mentre se fosse lago la sua superficie verrebbe divisa proporzionalmente secondo i chilometri di costa di ogni stato.

Quindi, dalle parti in causa, attualmente, viene definito come “bacino d’acqua”. E’ salato ed è il più grande lago del mondo.

Mud volcanoes:

Affrontiamo un percorso sterrato con mezzi locali: Una improbabile Zigulí anno 1980 con 380.000 km.

Dopo 20 minuti abbiamo forato. Se n’è accorto il secondo pilota sporgendosi dal finestrino con la macchina in corsa. Una seconda macchina arriva a breve e ci fa salire mentre il nostro povero autista prosegue con la gomma a terra fino a destinazione.

A destinazione l’autista, mentre si dava da fare per sostituire la gomma, viene ricoperto di insulti dal titolare.

Incredibilmente, lo pneumatico veniva riparato scaldandolo con un getto di metano che usciva da una fessura del terreno, acceso con l’ accendino da un collega.

Al ritorno, purtroppo, la Zigulì ha accusato un nuovo problema ancora più grave, fatale, annunciato da un rumore sinistro al retrotreno.

L’ autista si è fermato, ci ha fatto scendere, ed è ritornato sconsolato alla base a piedi, con le mani in tasca, mentre venivamo raccolti dal secondo servizio scopa della giornata.

La foto della Zigulì abbandonata nel deserto dice tutto.

Interessante anche la foto del kit per ogni emergenza custodito nel bagagliaio. Fil di ferro, pinze, straccio e tenaglie hanno garantito 46 anni di servizio e 380.000 km.

Yanar Dag

E’ la roccia che brucia da tempi immemorabili. Si dice sia stato un pastore che fermatosi in questo luogo con il suo gregge accese un fuoco e scoprì il fenomeno. Probabilmente inventò anche il primo kebab …

Suggestivo ma il posto ora è una trappola per turisti, con un anfiteatro ed una scritta/tag per foto social e come non bastasse si viene a saper che il giacimento si era poi esaurito e rimpiazzato da una fornitura tramite tubazione del metanodotto che si vede appena oltre la collina.

Tempio di Zoroastro

Anche qui fiamme eterne nel tempio del fuoco, per gli adoratori del fuoco seguaci del profeta Zarathustra. Il fuoco come simbolo di purezza e manifestazione del creatore.

Così come caldo e freddo, bene e male, verità e menzogna.

Bene e verità per chi avrà miglior esistenza. Male e menzogna per la peggior esistenza.

Molto semplice.

Molto efficace.

Non esistono vie di mezzo perché una allontana l’altra.

La vita è la costante lotta fra queste due realtà.

Nella luce serale del tramonto, le mura del tempio, dal colore caldo ed intenso, sullo sfondo di fiamme eterne fluttuanti, che mimano la lotta eterna del mondo sono una visione armoniosa e dopotutto rassicurante. Ipnotica, semplice e naturale. Bene e male

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GIORNO QUATTRO: Kinaliq

“Ambulans” continua a ripetere il conducente , che parla in russo rivolto al capo comitiva.

Siamo in viaggioverso i confini dell’Azerbaijan verso la russia.

Kinaliq è un villaggio vicino al confine russo ad 2400 di altitudine, inserito nel patrimonio Unesco. Ha una lingua propria ed una leggenda dice che sia il posto dove Noè sia approdato dopo il diluvio.

Per raggiungerlo, da Quba, occorrono dei mezzi adatti alla strada ripida e malmessa.

Il nostro furgone sovietico UAZ 969 di un autista locale, a suo tempo era una ambulanza. Con le sue 4 ruote motrici e marce ridotte, si è rivelato perfetto per il percorso. L’ intenso calore proveniente direttamente dal motore ci hanno detto essere una caratteristica molto apprezzata in inverno , quando spesso la strada vine chiusa e i villaggi rimangono isolati. Inarrestabile

L’autista che parlava solo russo, conserva, appesa allo specchietto, la foto del figlio caduto nella guerra del Karabakh nel’19.

Prima ce lo mostra e parla di lui, poi, guidando, ogni tanto guarda la sua foto e sorride.

L’ambiente è severo e puro. Nitido. Roccia nera. Nessun albero. Grandi letti di torrenti, e praterie quasi glabre dei colori oro o verde lucente. Pareti imponenti, verticali, con montagne maestose come fondale.

Il paesetto è tutto in pietra ed ogni tetto fa da cortile per la casa posta a monte sul pendio.

Pani di sterco sono appoggiate sui muri ad essiccare per poi essere impilati in delle pile a muretto ricoperti da dei teli impermeabili. Combustibile per l’inverno.

Tre uomini perdono tempo seduti sul bordo della strada a parlare e gesticolare.

Siamo fuori dal mondo. Perlomeno dal mondo che conosco.

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